ZELLE ARTE CONTEMPORANEA

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1000 PICCOLI FASTIDI

STEFANO CUMIA
text: Francesco Galluzzi



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La pittura è il risultato di una scelta di campo, sempre. E’ prima di tutto materia – colore, supporto… - e la materia impone le proprie regole, le proprie esigenze cui adeguarsi; o alle quali ribellarsi. Un pittore può decidere di perdersi, di naufragare serenamente in questo maelstrom; oppure assumere rispetto alla materia una distanza critica, lucida e razionale (“bisogna farsi un’ottica”, diceva Schifano). Della pittura si può essere servi o padroni. O altro…

Questi quadri di Stefano Cumia tracciano le coordinate di una devastazione, la devastazione (storica, ma di grande portata per l’individualità di ciascun artista, segno di una impossibilità oggi del pop, che non a caso lo fanno ormai i cinesi) di un immaginario camp, impaginando microcatastrofi ambientate in paesaggi ‘californiani’, di una California modellata sull’onirismo cinematografico e televisivo in cui ormai la identifichiamo, assunta come paesaggio mediale; e riferimento implicito all’immaginario sviluppato tra cultura pop, cinema underground e sogni del tempo in cui “un altro mondo” era possibile (le stesse catastrofi che il cinema degli anni 60 e 70 inscenava – si pensi all’avventura californiana dello Zabriskie Point di Antonioni, giusto del 1970). L’oscillazione tra nostalgia e ironia con cui tale immaginario viene approcciato si incarna nella materialità della pittura, che alterna nello stesso quadro brani emozionalmente immersivi a brani dalla esplicita intenzione decorativa (che in qualche tela funzionano proprio da ‘cornici’ tra i vari episodi). Come se non fosse possibile ottenere un ‘giusto mezzo’ tra emozione e cinismo, e dipingere fosse un depositare sulla tela il ritmo delle oscillazioni emotive che non trovano (non vogliono trovare?) un punto di vista inteso come sintesi (che vale ormai “farsi un’ottica”). Un approccio ‘strumentale’ (ma passionale) alla pittura che trova un precedente nelle ricerche di David Hockney (esplicitamente ‘omaggiato’ in uno dei lavori) (e Hockney dichiara di averlo imparato da Picasso… Auguri Stefano…).
La pittura diventa allora uno strumento di esternazione delle emozioni – non nella maniera banale delle mitologie postsurrealiste buone per gli artisti della domenica. E’ parente dell’Angelo necessario della poesia di Stevens, troppo vicino alla terra e troppo vicino al cielo. Insieme, il metronomo e lo scandaglio con cui si può cercare di misurarsi col proprio tempo senza perdersi. Grazie alle strade che lascia aperte per ogni ‘illegalità’ emotiva.